
PSG-ARSENAL: i francesi bissano il successo dello scorso anno e alzano la coppa dalle grandi orecchie nel cielo della Puskas Arena di Budapest
Gianvito ClementeÈ stata la notte più scintillante del grande calcio europeo. L’ultimo grande ciak. Non è un film di Tarantino o di Scorsese. In questa notte i due grandi registi sono stati Luis Enrique e Mikel Arteta che, a suon di colpi di scena, hanno confezionato una finale senza esclusione di colpi.
Nessun effetto speciale, solo un pallone che è rotolato per oltre 120 minuti, sfidando continuamente le leggi della fisica.
Il teatro dei sogni è stato Budapest, che ha ospitato oltre 60 mila tifosi in un tripudio di entusiasmo. L’aria è stata incendiata sin dal prepartita dall’anima rock dei The Killers. La band nata a Las Vegas nel 2001 si è presa il centro del campo e ha emozionato entrambe le tifoserie, stemperando l’agitazione palpabile del momento, a suon di grandi classici del repertorio.
Sulle note di Mr. Brightside lo spettacolo non ha colori e non ha bandiere: ritmo, arte, danza. Lo sport è anche questo: divertimento puro.

La tensione però inizia a salire. L’arbitro tedesco Siebert mette il fischietto in bocca e fa partire la finale di Champions League numero 71.

L’azione che porta al gol è un po’ rocambolesca: il rinvio del difensore dei francesi Marquinhos sbatte in maniera fortuita sul corpo di Trossard e favorisce poi la cavalcata trionfale del suo compagno Kai Havertz.
Il tedesco si conferma l’uomo dei gol pesanti: secondo in finale di Champions League dopo il timbro che decise la finale di Oporto tra Chelsea e Manchester City. In una parola: glaciale.
Sei giri di lancette e la coppa sembra già viaggiare verso Londra.

Gli uomini di Arteta danno l’impressione di aver incanalato sui binari giusti la partita più importante della stagione e, per il PSG, adesso la strada sembra davvero insidiosa.
I Gunners sfruttano la loro difesa granitica non concedendo spazi ai parigini. Una statistica si abbatte come un ciclone sui francesi: l’Arsenal di Arteta negli ultimi 30 giorni ha subito una sola rete. L’Everest da scalare appare insormontabile.
Alla fine del primo tempo il copione non sembra cambiare: poco estro, tanto ordine. Da una parte un PSG sfilacciato, in balia del blocco basso dei Gunners. Dall’altra, un Arsenal maniacale nell’arginare la manovra avversaria.
L’arma più efficace per i parigini è stata sapientemente disinnescata dal tatticismo di Arteta: la riconquista immediata del pallone, un marchio di fabbrica degli uomini di Luis Enrique, viene resa inefficace dal cervellotico possesso palla dei Gunners. I francesi, che in 16 gare di Champions League hanno sfruttato la riconquista per tradurla in 6 gol, adesso sono in crisi.
Ma quando tutto sembra perduto, ecco il guizzo dei campioni d’Europa in carica.
Nella ripresa i francesi acquistano maggiore fiducia e ritmo. La solidissima difesa dell’Arsenal inizia a dare segnali di cedimento, mostrandosi vulnerabile. Il crollo delle certezze si avverte nel momento in cui il difensore Mosquera atterra in area di rigore l’esterno Kvaratskhelia. Il fischietto tedesco Siebert non ha dubbi: è calcio di rigore. E, visto l’esito finale, sarà solo il primo di una lunga serie...
Dal dischetto si presenta il Pallone d’Oro Ousmane Dembélé. Il francese è chirurgico dagli undici metri e spiazza Raya. Ventesimo sigillo stagionale. Forse il più pesante della sua carriera.

La partita, adesso, è più viva che mai.
L’Arsenal si sbilancia, iniziando a concedere praterie. Il PSG sfiora il vantaggio con un incredibile assolo di Kvaratskhelia che termina sul palo. Il termometro alla Puskás Arena è incandescente.
Gli ultimi minuti dei tempi regolamentari sono un turbinio di emozioni: continui ribaltamenti di fronte, contropiedi cestinati dalla frenesia e ultimi arrembaggi pirateschi. Alla fine dei 90 minuti il campo non ha emanato nessun verdetto. Si andrà dunque ai tempi supplementari.
Per i tifosi neutrali è la possibilità di assaporare un’altra mezz’ora di grande calcio. Per i tifosi allo stadio, invece, diventa un’interminabile agonia.
La mezz’ora supplementare, però, è dominata dalla fatica accumulata in stagione dalle due squadre. Nessuno sembra voler realmente spingere il piede sull’acceleratore e, dunque, ci si accontenta di rimandare tutto alla lotteria dei calci di rigore.
La dea bendata, dopo una quasi perfetta successione dagli undici metri, sorride ai parigini. Gli errori di Eze prima, e di Gabriel poi, pesano come un macigno, ma non cancellano la stagione incredibile dei londinesi. Premier League riportata nel Nord di Londra dopo 22 anni di digiuno e Champions League persa da imbattuti. Nessuno potrà cancellare le pagine scritte dagli uomini di Arteta.
Se c’è una Londra che piange, però, c’è una Parigi che sorride. Ancora. Dopo la storica manita contro l’Inter della scorsa stagione, i francesi bissano il successo europeo.
Il condottiero dell’enorme cavalcata internazionale è Luis Enrique che, con la forza delle sue idee, ha costruito un autentico manipolo di eroi.
Stasera, per i francesi, non c’è nessuna Waterloo. Solo euforia ed estasi, e il merito è di un club che, con investimenti continui e mirati, ha ridisegnato la geografia del calcio.
Il grido “Ici c’est Paris”, per questa notte, sotto la Tour Eiffel, può risuonare più forte che mai.




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