
IL NUOVO CORSO ITALIANO: rifondazione o semplice gattopardismo?
L’Italia, si sa, è una Repubblica fondata sul pallone. E la mancata partecipazione ai campionati del mondo lascia sempre strascichi dolorosissimi.
Ma l’Italia deve andare avanti. Deve combattere l’immobilismo. Deve tornare a sognare. E, soprattutto, deve tornare a programmare.
Per contrastare quel fallimento sistemico a cui, tristemente, tutto il popolo azzurro è ormai abituato da quasi due decadi, la Federazione ha deciso di riorganizzarsi. Ma non senza difficoltà.
Giovanni Malagò è stato nominato presidente della FIGC, Claudio Ranieri direttore tecnico e Roberto Mancini commissario tecnico.
E le polemiche, come al solito, non sono mancate.

MALDINI E LEONARDO: LA RIVOLUZIONE MAI INIZIATA
Facciamo un passo indietro: 22 giugno 2026. L’Assemblea federale nomina Giovanni Malagò presidente della FIGC, ereditando così lo scettro del dimissionario Gabriele Gravina.
Dopo aver familiarizzato con Coverciano, Malagò sceglie Paolo Maldini e Leonardo come uomini di campo da cui ripartire, affidando loro pieni poteri nella programmazione del progetto tecnico.
Per una maglia azzurra che negli ultimi anni è stata offesa e stropicciata, la nomina di Paolo Maldini rappresentava la scelta più logica e razionale: serviva una leggenda che, prima da giocatore e poi da dirigente, avesse fatto la storia del calcio italiano.

Il progetto era tanto audace quanto affascinante. Le prime mosse per rifondare il sistema, infatti, sono state tutto fuorché banali.
Prima un weekend a Barcellona per provare a convincere Pep Guardiola a sposare la causa azzurra.
Poi Carlo Ancelotti, per sondarne la disponibilità a lasciare eventualmente la panchina del Brasile.
E poi…
E poi tutto è destinato a tramontare sul nascere.

LA PRIMA FRATTURA: PIRLO E LA BUFERA
Qualcosa si rompe. E arriva la prima frattura.
Il piano B non convince: Andrea Pirlo non scalda i cuori azzurri. Anzi, sull’ex centrocampista si abbatte una bufera mediatica senza precedenti: dai suoi agganci con il sito di scommesse russo Fonbet alla sua scarsa empatia, passando per un curriculum da allenatore tutt’altro che esaltante.
E allora, marcia indietro.
Malagò comprende il malumore generale e subisce le forti pressioni dell’ambiente. Pirlo si fa da parte con un lungo comunicato sui social.

Maldini e Leonardo, a cui erano stati promessi pieni poteri, decidono così di abbandonare la nave. Perché, in carriera, non hanno mai negoziato il proprio credo.
L’Italia si divide.
Cambiano i nomi, saltano le poltrone, ma la mentalità rimane cristallizzata: l’avversione al rischio viene sbandierata come forma di conservazione.
Perché in Italia, si sa, tutti vogliono la rivoluzione. Ma mai nessuno è davvero disposto a compierla.
MANCINI E RANIERI: L’USATO SICURO
Malagò era già con le spalle al muro. E allora decide di affidarsi all’usato sicuro: all-in su Roberto Mancini e Claudio Ranieri.
Indubbiamente due uomini dalla sconfinata esperienza e competenza. Ma siamo sicuri che fosse la decisione giusta?
Sicuramente è stata la più comoda, considerati anche i rapporti idilliaci tra il numero uno della FIGC e il tecnico.
Non a caso, in occasione dei 130 anni del Circolo Canottieri Aniene di Roma, i due hanno dato spettacolo nel clamoroso 8-3 finale della Coppa Canottieri Over 60.

E così Mancini torna a sedere su quella panchina che lo ha visto prima trionfare a Wembley e poi crollare al Barbera contro la Macedonia del Nord.
Dopo il disastro recente eravamo tutti convinti che servissero novità, freschezza e un pizzico di coraggio.
E invece siamo ancora qui.
Fermi. Immobili. A ricercare nel passato un futuro che possa diventare più roseo.

Ma Guccini ci insegna che non bisognerebbe mai tornare a calcare vecchi passi e riaprire vecchie ferite.
Però in Italia funziona così.
È più facile tornare indietro che andare avanti.
E, per Costituzione, siamo ormai abituati alla legge del: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».
Ed ecco che si cambia in superficie, pur di non cambiare nulla nella sostanza.
E allora torna la domanda: è meglio un male sperimentato o un bene ignoto?
Sarà, come sempre, il campo a emanare i propri verdetti.
IL BATTESIMO DI FUOCO
Ciò che è certo è che il nuovo corso azzurro avrà subito un battesimo di fuoco in Nations League.
Esordio a Roma contro il Belgio di Van Bommel. Poi la Turchia di Vincenzo Montella. E, per concludere il girone dell’inferno, la Francia di Zidane.

Insomma, il tempo delle chiacchiere è finito.
Ora servono fatti. Veri.
E allora, buona fortuna Mancio.
Che quei ricordi, belli e brutti, vengano finalmente azzerati per lasciare spazio a un nuovo progetto.
Ma per davvero, stavolta.
Perché il passato non scende in campo.
Ti divora. Ti soffoca. Ti sbatte in faccia la mediocrità in cui siamo sprofondati.
Che il nuovo, vecchio ciclo abbia inizio.


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