BOSNIA-ITALIA: L’INCUBO È DIVENTATO REALTÀ

È successo davvero. Non è un brutto sogno, non è un crudele pesce d’aprile. L’Italia ha perso, ancora. E questa volta il dolore è ancora più profondo, più pesante, più difficile da digerire. La Bosnia surclassa gli azzurri e li condanna all’oblio: terzo Mondiale consecutivo senza Italia. Un fallimento che fa male, anzi, malissimo.
Sport01 de abril de 2026Gianvito ClementeGianvito Clemente

Gli italiani si sono svegliati sperando che l’epilogo di Zenica fosse un sadico scherzo. Invece è realtà. Una realtà durissima, che mette a nudo un sistema calcio rimasto fermo, polveroso, incapace di rinnovarsi. Il caldissimo Bilino Polje, ha trascinato i bosniaci verso un’impresa storica, mentre l’Italia si è lentamente sciolta sotto il peso delle proprie paure.

E pensare che la serata sembrava essersi messa nel verso giusto. Al quarto d’ora, Moise Kean porta avanti gli azzurri, firmando il suo tredicesimo gol in Nazionale, il sesto consecutivo. Una rete viziata da un clamoroso errore del portiere bosniaco e che pareva poter indirizzare la partita. Un’illusione.

La Bosnia non arretra, continua ad attaccare, fomentata da un pubblico infernale. L’Italia, invece, si spegne: fiacca, molle, sfilacciata. Poi l’episodio che cambia tutto. Al 40’, Bastoni stende Memic lanciato a rete: rosso diretto. Un’ingenuità gravissima. Gli azzurri restano in dieci per più di un tempo e da quel momento inizia una lunga e dolorosa agonia.

Nonostante l’inferiorità numerica, nella ripresa l’Italia ha persino le occasioni per chiuderla: Kean si divora il 2-0 dopo una cavalcata solitaria partendo dalla sua metà campo, Pio Esposito calcia alto da posizione favorevole. Occasioni che, col senno di poi, pesano come macigni. Perché il calcio non perdona, è lo sport del diavolo.

Al 79’ il muro crolla: cross dalla destra, Donnarumma compie un autentico miracolo su Dzeko, ma Tabakovic ribadisce in rete. Pareggio meritato, ma per l’Italia è una sentenza che inesorabilmente si avvicina. L’aria è quella dei momenti peggiori, dei fantasmi già visti, delle notti che i tifosi conoscono fin troppo bene.

I supplementari scorrono tra tensione e polemiche, ma sarebbe ingeneroso aggrapparsi ad alibi arbitrali. Il verdetto arriva dalla lotteria dei calci di rigore. E lì si consuma la tragedia sportiva. Pio Esposito e Cristante sbagliano, la Bosnia è glaciale. Vent’anni dopo la gioia di Berlino, i tiri dal dischetto diventano il simbolo del tracollo. Da apoteosi a baratro.

La Bosnia vola al Mondiale. L’Italia resta a casa. Ancora. Per la terza volta consecutiva.

È qui che l’amarezza prende forma. Una nazionale che ha fallito contro Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia Erzegovina. Non potenze calcistiche, ma ostacoli diventati montagne insormontabili. Un crollo sistemico, non episodico.

Questo non è solo un risultato negativo: è la fotografia di un movimento calcistico che vive di ricordi, aggrappato a successi lontani, incapace di guardare avanti. Arrogante, disorganizzato, privo di visione e abituato alla mediocrità. Nel frattempo il mondo corre e l’Italia resta ferma, diventando lo zimbello internazionale.

Resta l’amarezza di un popolo innamorato del pallone, costretto ancora una volta a guardare la più prestigiosa competizione calcistica, dal divano. Resta la sensazione di impotenza, di cicatrici che si riaprono. Resta la rabbia per un sistema che non cambia, per poltrone troppo comode per essere lasciate.

Si scrive Bosnia-Italia.

Si legge fallimento.

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