
Dentro la giuria del Bifest 2026: nel cuore del Cinema Italiano
Mariateresa RutaIn occasione di questa edizione del Bif&st – Bari International Film Festival, la giuria popolare dedicata al cinema italiano era composta da 25 membri, tra cui 10 studenti provenienti dall’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e dal Politecnico di Bari. Ai giurati, presso il Multicinema Galleria, è stato affidato il compito di visionare e analizzare un totale di 11 film, tra cui 6 opere di finzione e 4 documentari, dando vita a un percorso di osservazione critica e confronto attivo sulle diverse espressioni del cinema contemporaneo italiano.
Ad aprire le danze, il 22 marzo, è stata la proiezione di Don Chisciotte di Fabio Segatori. Il regista ha raccontato di aver dato vita a un’opera profondamente autobiografica, riconoscendosi nel protagonista interpretato da Alessio Boni. Il film, come sottolineato dallo stesso attore, non si limita al tema del viaggio, ma affonda nelle dinamiche intime di un rapporto umano: quello tra Don Chisciotte e Sancio. Un legame che si trasforma lungo il percorso, evolvendo da un rapporto inizialmente gerarchico, quello tra cavaliere e scudiero, a una sincera e profonda amicizia. A rafforzare questa dimensione relazionale è il ritmo volutamente lento della narrazione, che invita lo spettatore a soffermarsi, a osservare e a sentire. Una lentezza che non pesa, ma accompagna, lasciando spazio anche alla bellezza dei paesaggi lucani, che diventano parte integrante del racconto e dell’atmosfera sospesa del film.
A seguire, Cattiva strada di Davide Angiuli, un film che restituisce il volto più notturno e ruvido di Bari. La città diventa sfondo e motore della storia, spingendo il protagonista Donato, interpretato da Malich Cissé, a confrontarsi con una scelta decisiva: restare intrappolato nel crimine o provare a costruire un futuro diverso. Il film si configura come uno sguardo lucido su una generazione che sente forte il bisogno di riscatto, immersa in una realtà autentica ma aspra, dove le opportunità sembrano spesso lontane. Al centro del racconto emerge ancora una volta un legame umano profondo, come sottolinea il coprotagonista Giulio Beranek: "la sceneggiatura mi ha subito conquistato perchè c'è l'esigenza di raccontare due solitudini che si incontrano". Accanto alla dimensione relazionale, il film affronta anche una quotidianità segnata dalla sofferenza, sfiorando temi delicati come l’Alzheimer e il ruolo sottomesso della donna. Un racconto duro ma necessario, reso ancora più autentico dalle parole dello stesso protagonista: "Orgoglioso di essere nato a Bari, recitare in lingua barese è libertà".
Santi e Vampiri (Sampyr) di Serena Porta è stato il primo documentario sottoposto all’analisi della giuria, distinguendosi fin da subito per l’originalità e la profondità del tema affrontato. La pellicola indaga un confine affascinante e ambiguo: quello tra sacro e profano, attraverso l’opposta attribuzione che, nel corso della storia, è stata data ai corpi che sembrano “sfidare” la decomposizione. Da un lato il santo, simbolo di luce, purezza e grazia divina; dall’altro il vampiro, figura legata all’oscurità, alla paura e alla maledizione. Il documentario si sviluppa così come un percorso di riflessione colta e interdisciplinare, guidato dalle analisi di esperti e studiosi. Tra questi, Francesco Paolo De Ceglie, professore di storia delle scienze presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Pasquale Palmieri dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Tommaso Braccini dell’Università degli Studi di Siena e Mirko Lino dell’Università degli Studi dell'Aquila. Attraverso le loro voci, il film costruisce un dialogo stimolante tra storia, scienza e immaginario collettivo.
Era di Vincenzo Marra affronta il tema dell’anzianità da una prospettiva inedita, lontana da ogni visione esclusivamente malinconica. Il regista ha infatti raccontato di aver costruito il film a partire da dinamiche ed esperienze personali vissute durante l’infanzia con i suoi nonni: "Bisognava fare un film sulla terza età, ma basato sulla gioia di vivere". Al centro della storia c’è Lina, interpretata da Dalia Frediani, una vedova napoletana alle prese con tre figli molto diversi tra loro, ciascuno immerso in situazioni complesse e talvolta paradossali. Accanto a queste dinamiche familiari si inserisce la presenza di uno spasimante, il vicino di casa, figura tenera e vitale che incarna una sorprendente energia e voglia di vivere. Fondamentale è anche il ruolo della badante Amilà, autentico punto di riferimento per Lina: tra le due si sviluppa un rapporto sincero e profondo, fatto di cura, complicità e sostegno reciproco. Il film si configura così come una commedia drammatica capace di mescolare ironia e sensibilità, giocando con i luoghi comuni legati alla terza età per ribaltarli e restituire un racconto vivo, umano e ricco di sfumature.
Finale: allegro di Emanuela Piovano si distingue per la delicatezza con cui affronta un tema tanto complesso quanto umano. Protagonista del film è Barbara Bouchet, che interpreta una donna di successo giunta alla cosiddetta “quarta età”, una fase della vita spesso poco raccontata ma ricca di profondità. Il suo personaggio si trova a prendere una decisione estrema sul proprio futuro, sospeso tra il desiderio di porre fine a una sofferenza silenziosa e il peso degli affetti che rischierebbe di lasciare. Da un lato, la relazione con la sua compagna di una vita, ormai malata, rappresenta un legame profondo, costruito nel tempo e segnato da una quotidianità fragile ma autentica. Dall’altro, emerge il rapporto con la giovane assistente, una presenza luminosa che cerca di farle riscoprire la bellezza delle piccole cose e il valore del tempo che resta.Il film si muove così tra introspezione e relazione, ponendo lo spettatore davanti a una domanda universale: quanto contano gli altri nelle scelte più intime della nostra vita?
Su Màistu di Gianfranco Cabiddu è un documentario intenso e autentico dedicato alla figura di Luigi Lai, maestro delle launeddas, antico strumento simbolo della tradizione musicale sarda. Il film si presenta come un viaggio lento e profondo nella cultura della Sardegna, raccontato attraverso la lingua sarda e i gesti tramandati nel tempo. Il regista ha sottolineato come il progetto abbia richiesto anni di lavoro, segno di un legame forte e rispettoso con il protagonista e con il mondo che rappresenta. Al centro del racconto c’è la vita di Luigi Lai, non solo come musicista, ma come custode di una tradizione antica. Il documentario mostra anche il processo di costruzione delle launeddas, rivelando la cura, la precisione e il sapere artigianale che si nascondono dietro ogni strumento. Su Màistu non è solo un ritratto biografico, ma un atto d’amore verso una cultura che resiste al tempo. Attraverso immagini semplici e genuine, il film restituisce il valore delle radici, della lingua e della musica come forma di identità, lasciando allo spettatore una sensazione di autenticità rara.
Non è la fine del mondo di Valentina Zanella racconta con leggerezza e lucidità le contraddizioni del mondo del cinema contemporaneo, attraverso lo sguardo della sua protagonista, Emma, Fotinì Peluso. Definita “eterna stagista”, Emma vive una condizione di precarietà e invisibilità all’interno dell’industria cinematografica, coltivando però un sogno preciso: scrivere. Il suo percorso è quello di una presa di coscienza, un passaggio fondamentale che la porta a smettere di osservare e raccontare le vite degli altri per iniziare finalmente a costruire e scrivere la propria. Determinante in questo processo è il personaggio di Petro Scalsi, interpretato da Paolo Rossi. Inizialmente percepito come il classico produttore severo e temuto, si rivela invece una figura inaspettata: non un antagonista, ma quasi un mentore silenzioso, l’eroe che non ci si aspetta. È proprio lui, infatti, ad aver sempre creduto nelle capacità di Emma, riconoscendone il talento prima ancora che lei stessa riuscisse a farlo. Il film si muove così tra ironia e riflessione, offrendo uno spaccato autentico su una generazione sospesa, ma anche sulla forza di trovare il coraggio di riscrivere la propria storia, infatti l'attrice protagonista afferma: "Trovo Emma un personaggio positivo".
Tirrenica di Rosario Minervini si configura come un documentario dal taglio profondamente osservativo, capace di restituire uno sguardo originale su un luogo spesso attraversato ma raramente raccontato: i margini dell’autostrada Autostrada Salerno-Reggio Calabria. Il film dà voce, spesso silenziosa, agli abitanti che vivono lungo questo tratto, persone che abitano i bordi, sia geografici che simbolici, di una delle arterie più note del Sud Italia. Attraverso le loro abitudini, la quotidianità e i vissuti personali, emerge un mosaico umano fatto di resistenza, memoria e adattamento. Il racconto si muove tra presente e passato, intrecciando ciò che è stato con ciò che continua a essere, senza mai ricorrere a una narrazione esplicita o didascalica. Tirrenica privilegia infatti le immagini, i gesti, i tempi lunghi: è un cinema che osserva più che spiegare, che suggerisce più che dichiarare. Ne nasce un documentario intimo e autentico, in cui le parole lasciano spazio alla potenza visiva delle scene di vita, permettendo allo spettatore di entrare in contatto diretto con una realtà spesso invisibile ma profondamente viva.
Io non ti lascio solo di Fabrizio Cattani è un racconto delicato e profondo che, attraverso lo sguardo dell’infanzia, affronta temi complessi con grande sensibilità. Protagonista è Filo, interpretato dal giovane Andrea Matrone, un bambino segnato dalla perdita della madre. Il legame con il cane Birillo diventa per lui un filo emotivo essenziale, un ricordo vivo che lo tiene ancora connesso a ciò che ha perso. Quando, durante una tempesta, il cane scappa via dalla supervisione del padre, interpretato da Giorgio Pasotti, Filo decide di partire per ritrovarlo. Ad accompagnarlo in questa avventura c’è l’amico Rullo, interpretato da Michael D'Arma. Insieme affrontano un viaggio che, da semplice ricerca, si trasforma presto in qualcosa di più grande di loro. Nonostante le difficoltà, i due non si arrendono, guidati da un bisogno che va oltre l’obiettivo apparente. La ricerca di Birillo diventa infatti una metafora: un pretesto narrativo per esplorare temi più profondi come il lutto, la fragilità della famiglia, la salute mentale e il valore autentico dell’amicizia. Il film riesce così a intrecciare avventura ed emozione, restituendo una storia che parla con semplicità ma arriva in profondità.
Caprilegio di Margherita Laterza è un documentario intimo e toccante che attraversa le generazioni di una famiglia, mettendo al centro le storie e le voci delle donne. Il racconto ruota attorno alla figura di Margarete, bisnonna adottiva di Margherita, una rifugiata ebrea che trova nell’isola di Capri un rifugio sicuro, lontano dagli orrori della guerra. Qui prova a ricostruire la propria vita, portando però con sé il peso della perdita, del lutto e delle ferite del passato. Il documentario si configura come una preziosa testimonianza familiare, capace di intrecciare memoria personale e storia collettiva. Attraverso il racconto di Margarete e delle generazioni successive, emerge un vissuto complesso e doloroso, ma allo stesso tempo attraversato da una forza silenziosa che lascia spazio alla speranza. A rendere il tutto ancora più suggestivo è la presenza costante del paesaggio di Capri, valorizzato con grande sensibilità: i suoi scorci, la luce e il mare diventano parte integrante della narrazione, quasi a fare da contrappunto visivo alla profondità emotiva della storia.
Il confronto tra i giurati si è rivelato un elemento centrale dell’esperienza. Le discussioni, spesso articolate e stimolanti, hanno permesso di analizzare le opere da prospettive diverse, favorendo un dialogo costante e costruttivo. Non una fruizione passiva, dunque, ma un’esperienza attiva, in cui ogni visione si è tradotta in riflessione critica e partecipazione consapevole, contribuendo a rendere il percorso della giuria un momento di reale crescita culturale.


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