"FRANKEINSTEIN": Il ritorno del cinema gotico.

“E d'improvviso mi venne chiaro. L'uomo non odiava il lupo. Il lupo non odiava la pecora. 
Eppure la violenza sembrava necessaria. Capii che al mondo vieni cacciato e ucciso, solo perché sei quel che sei.”
 
Arti e spettacolo14 de marzo de 2026Flavia FormiconeFlavia Formicone

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Il film presentato a Venezia 82 e proiettato in anteprima in alcune sale cinematografiche dal 22 ottobre 2025, è stato reso disponibile anche su varie piattaforme streaming, come Netflix a partire dal 7 novembre, riscontrando subito un grande successo.

La pellicola prende ispirazione dall’omonimo romanzo del 1818 di Mary Shelley, raccontando la storia del “mostro” e di chi l’ha creato, attraverso entrambi i punti di vista. L’adattamento cinematografico tratta l’horror e il macabro della scena in una versione gotica poetica che, attraverso la curiosità e l’empatia, porta il pubblico a riflettere sul senso di umanità.  

 

Dal genio alla follia.

Il film è ambientato nell’inverno dell’800, durante la guerra di Crimea e si apre offrendoci subito il punto di vista dell’ingegnoso inventore Victor Frankenstein (Oscar Isaac) che, in seguito alla perdita dei genitori in giovane età, comincia a sviluppare il desiderio di dominare la morte, attraverso la scienza e la conoscenza da cui è stato sempre attratto. Sfruttando l’energia del sistema nervoso e mettendo insieme pezzi di diversi cadaveri, lasciati intatti dalla guerra e ghigliottine, lo scienziato-chirurgo riesce, infatti, a rianimare la morte, dando vita alla famigerata Creatura, interpretata dalla star di “Saltburn”, Jacob Elordi, che attraverso la profondità dello sguardo e la morbidezza dei movimenti, è riuscito a donare ad essa un aspetto ingenuo e infantile, rendendola un corpo che impara a vivere da solo, ricercando l’amore di un padre e affrontando la crudeltà umana.

 

Arte e costumi, riferimenti all’osservatore e la cura nei dettagli.

Da sempre rinchiusa in cattività ed abbandonata a se stessa, l’unico spiraglio di umanità che le viene concesso, viene dalla dolce Elizabeth, futura sposa del fratello minore di Victor e interpretata dalla bellissima Mia Goth, che sfoggia sullo schermo lunghi abiti dai colori sgargianti e caratterizzati da particolari motivi realizzati in seguito all’osservazione di globuli rossi e radiografie, da parte della costumista Kate Hawley, dando un forte impatto comunicativo sulla scena visiva.

 

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I costumi, tuttavia, non sono i soli particolari ad attirare l’occhio dello spettatore, compaiono infatti sullo sfondo delle riprese, alcuni riferimenti pittorici, come “Hamlet and Yorick’s skull” di F. Wentworth (1867), “The incredulity of Saint Thomas” di Gerard Van Honthorst (1620) e “Vanitas” di Simon Renard de Sant’Andre (1600); dimostrando la grande cura nei dettagli da parte dei produttori e sceneggiatori.

 

Frankenstein come simbolo, un messaggio alla società.

La versione offerta da del Toro, ci presenta la creatura del Frankenstein come un’allegoria della diversità, dimostrando come l’odio sia spesso basato su ciò che gli altri credono tu sia e di come l’anima non sia un concetto prettamente umano e che spesso risiede in chi la nutre.

 

Il finale del film riflette proprio sulla riscoperta dei valori umani e sul rapporto padre-figlio, lasciando lo spettatore con dei messaggi introspettivi e con la speranza di continuare ad andare avanti, continuare a vivere da uomo, anche se la società ti vede come un mostro.

 

“Così il cuore si spezzerà, ma spezzato, continuerà a vivere.”

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