
Ultimatum di Trump all'Iran, i cieli italiani restano a secco
Melissa Anna DonvitoIl ticchettio dell'orologio di Donald Trump risuona come un tamburo di guerra globale. Scade oggi l'ultimo ultimatum lanciato via social dal Presidente degli Stati Uniti: 48 ore per riaprire lo Stretto di Hormuz e accettare la tregua, o l'Iran affronterà «l'inferno». Ma mentre la diplomazia internazionale trattiene il respiro, l'Italia inizia già a pagarne il conto alla pompa e, soprattutto, sulle piste di decollo.
La crisi del cherosene non è più uno scenario ipotetico, ma una realtà che sta paralizzando i cieli nazionali. Il blocco strategico dello Stretto di Hormuz ha interrotto i flussi vitali di jet fuel verso l'Europa. La situazione più critica si registra negli scali di Brindisi, Venezia e Treviso, dove i bollettini aeronautici (NOTAM) avvertono le compagnie aeree della scarsità di scorte.
Anche Milano Linate e Bologna sono entrati in una gestione controllata del carburante. Molte compagnie, tra cui Ryanair e le principali low-cost, sono costrette al tankering: rifornire i velivoli al massimo della capacità negli scali esteri per evitare di restare a terra una volta atterrati in Italia.
Dalla Casa Bianca, il tono non è mai stato così acceso. Trump ha definito il piano di pace in 10 punti proposto da Teheran come «inaccettabile» e «insufficiente».
La minaccia di colpire le infrastrutture energetiche iraniane ha fatto schizzare il prezzo del petrolio, con ripercussioni immediate sui mercati azionari e sui costi dei biglietti aerei, già in aumento del 15% nelle ultime ventiquattr'ore.
Mentre a Teheran si formano catene umane attorno ai siti sensibili, in Italia il governo monitora la situazione degli stoccaggi. Se lo stallo dovesse proseguire oltre la settimana, il rischio è una drastica riduzione dei voli civili per dare priorità ai trasporti sanitari e militari.
Il mondo attende la mezzanotte: tra la pace e il conflitto c’è di mezzo lo stretto corridoio d'acqua di Hormuz, da cui passa il destino energetico del pianeta.


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